Amore criminale: l’omicidio di Valentina Salamone, appesa a un cappio dall’amante sposato

È morta per una relazione senza futuro Valentina Salamone; 19 anni di entusiasmo e di spensieratezza stritolati dentro una corda una sera di luglio in quella che doveva essere una festa e invece fu una cerimonia funebre. Per Nicola Mancuso quella relazione scomoda andava spenta; soffocata per sempre proprio come fece col cappio che uccise la giovanissima amante. La sua storia, una delle pagine più nere della cronaca siciliana, è al centro della puntata di Amore criminale in onda domenica 26 gennaio 2020; alle 21 e 15, su Rai Tre.

Il femminicidio di Valentina Salamone

I fatti risalgono a 10 anni fa. Valentina Salamone, un viso da modella su un corpo da ballerina, vive a Biancavilla, piccolo paese di 23mila anime sul fianco dell’Etna, in Sicilia. È bella; molto, è anche vivace e intelligente. Come ogni giovanissima donna, potrebbe avere quello che vuole, ma lei non lo sa e ha solo fretta di vivere e diventare adulta. Infatti si innamora di un uomo dieci anni più vecchio di lei, sposato e padre di tre figli; pregiudicato per giunta. Lui si chiama Nicola Mancuso, un cognome che ad Adrano viene associato alla cosca omonima.

Una storia d’amore a senso unico

Valentina perde la testa a tal punto da dirgli che incinta anche se non è vero, solo per fargli pressione. Il penultimo weekend di luglio la ragazza e il suo amante si ritrovano a una festa in una villetta alla periferia di Adrano, paese limitrofo a Biancavilla, dove in una villetta alcuni amici li ospitano per una festicciola. La mattina seguente la ragazza non torna a casa, non dà notizie di sé non risponde neanche al telefono. Sabato 24 luglio 2010, un operaio dell’Enel che lavorava all’esterno del casolare posa lo sguardo su quello che sembra un manichino appeso a una trave: è il cadavere di Valentina. La ragazza; in top pantaloncini e zeppe; con i vestiti che indossava per la festa; viene ritrovata impiccata alla tettoia di lamiera del fabbricato. Ha una mano intrecciata con la corda, come se avesse provato a liberarsi.

Le indagini (della famiglia)

Mentre polizia e sanitari eseguono le operazioni di routine in questi casi, papà Nino e mamma Pina sono a casa, ignari. Solo nel pomeriggio scopriranno quello che è successo e rivedranno la loro figlia già ricomposta in una bara. ‘Si è suicidata’, ‘si è impiccata’; dicono loro, intanto qualcuno gli riconsegna il top i pantaloncini e i sandali con le zeppe di Valentina: “I vestiti di vostra figlia”. È uno dei pochi gesti pietosi di cui vengono degnati; ma è il più importante, perché Nino e Agata, pur annientati dal dolore e dal trauma; sanno che quei vestiti saranno preziosi per le indagini.

L’inchiesta della Procura

Sono persone normali, non sono tecnici forensi o investigatori, non sono medici, eppure quel papà e quella mamma sanno che l’unica prova del fatto che la loro Valentina non si è suicidata, sta in quel completino spensierato, giallo e jeans che la loro figlia ha indossato per l’ultima volta. Sotto il tacco delle scarpe ci sono piccole tracce di sangue e altro materiale organico, lo fanno analizzare, contiene un DNA maschile. Pochi mesi dopo l’indagine viene finalmente aperta dalla Procura di Catania. Il traffico telefonico e le testimonianze parlano chiaro e parlano molto di più di quanto abbiano fatto gli amici di Vale che di quella sera, nella villa, non sanno, non ricordano.

La moglie di Nicola Mancuso lo difende
Nicola e Valentina erano amanti, lo dicono i tabulati e alcune testimonianze. Quello che non dicono è che lui non ne poteva più di quella ragazzina innamorata che gli faceva scenate di gelosia. Stava esagerando, Valentina, si era messa in testa di essere la sua donna, di portarlo via alla moglie Piera. E proprio lei, la moglie tradita, intervistata dalla stampa ribadisce che il suo Nicola è innocente. “Mio marito – dice la giovane Piera, che, peraltro, appare straordinariamente somigliante a Valentina – si è ritrovato in questa festa,  ma c’erano altre persone” lo difende. “Dicono che mio marito andasse dietro a questa ragazza, ma anche lei andava dietro a lui pur sapendo che era sposato e padre di tre figli”

Tradito dal DNA
A smentirla sono quei sandali con la zeppa che hanno conservato il sangue di Valentina misto a residui organici di Nicola Mancuso, che rendono la sua presenza contestuale alla morte della ragazza. Il 33enne, in poche parole, era lì mentre lei moriva, perché sarebbero bastati pochi passi fatti con quelle suole a cancellare le tracce. Ora sì, ora lo si può chiamare omicidio. Secondo la Procura, infatti, Valentina è stata picchiata e poi stritolata in quel cappio finché non è morta. La mano nella corda prova che ha lottato, altro che suicidio.

La condanna
Quando Mancuso viene rinviato a giudizio è in carcere, ma non per l’omicidio dell’amante, ma per un’accusa di traffico di droga che gli costerà 13 anni di carcere. Il processo che comincerà nel 2016 a Catania sarà un momento durissimo per la famiglia Salamone fino a che, nel giugno 2019 la Corte d’Assise di Catania condanna Mancuso all’ergastolo per omicidio con le aggravanti degli abietti e futili motivi. Contro di lui il DNA, ma anche la testimonianza del compagno di cella con cui si è lasciato andare a una confessione: “Meglio la famiglia sua che la mia”, gli aveva detto. Meglio rendere una famiglia orfana di una figlia, che turbare la propria tranquillità domestica. In fondo, come diceva sua moglie Piera, non era forse Valentina che gli andava dietro?

 

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